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La «cattedrale» del rosso Carignano

Lunedì 28 Luglio 2008 00:00

Vogliono tornare alla preistoria, quando il vino del Sulcis - sua eccellenza il Carignano - era il business dei business. E veniva già esportato lungo le rotte del Mediterraneo. Per tagliare questo traguardo vogliono, anzi, devono unificare - finalmente - le cantine sociali di Calasetta e Sant'Antioco, sorte per beghe e ripicche municipali a pochi chilometri di campanili l'una dall'altra. Obiettivo: creare un'unica cattedrale del Carignano, vitigno caratteristico, unico, di questa zona del basso Sulcis.

C'è l'impegno dei sindaci: «Chiamiamola come vogliamo la nuova struttura, ma basta con queste divisioni che non giovano a nessuno», attacca Mario Corongiu (Sant'Antioco). «Stare separati è un controsenso, ricordiamo la storia secolare delle tonnare sempre fallimentari di Cala Sapone o Cala Vinagra», aggiunge Remigio Scopelliti (Calasetta). P er avvalorare questa tesi ecco un convegno di tutto spessore scientifico nell'aula del Consiglio comunale della Laguna. Con nomi sacri dell'enologia italiana. Fra tutti Mario Fregoni, ordinario di Viticoltura all'università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e presidente onorario dell'Office Internartional de la Vigne et du Vin di Parigi. È lui che esalta una "tecnica antica", quella della vite detta "franca di piede" in uso dalla preistoria. Franco Armeni, agronomo di questa zona laureato a Sassari, per anni funzionario di punta all'assessorato regionale all'Agricoltura, spiega: «I tralci dell'anno si ottenevano dalla potatura. E il tralcio, una volta radicato, forma un corpo unico direttamente produttivo resistente a tutte la malattie. Occorre tornare a quella tecnica».

Sì, ritorno a Su Connottu. Perché le malattie della vite sono arrivate come una peste dall'America e si sono diffuse in Europa nella seconda metà del 1800. Armeni: «Era stato un disastro a causa di un afide (un insetto noto come pidocchio delle piante), già parassita della vite americana. In pochi anni la viticoltura europea fu messa in ginocchio con la devastazione di gran parte dei vigneti». Perché? «Proprio per quell'insetto che causò la Philloxera vastàtrix». Si fece ricorso ad altri tipi di innesti con risultati modesti.

Ora si vuol riportare in auge la tecnica che fu, detta "a pèrtia sarda". Fregoni, con la sua autorevolezza, invita al rispetto delle tecniche che ci arrivano dalla nostra storia. Messaggio netto: «Introdurre il portainnesto americano è un errore, rispettate le vostre tradizioni, siete più garantiti». Parlano altri big del settore. Giovanni Nieddu professore di Arboricoltura a Sassari, Andrea Lentini (Entomologia), Giovanni Antonio Farris (Microbiologia agraria), Marco Massa (direttore dell'archivio storico di Sant'Antioco), gli enologi delle due cantine Daniele Marchi e Dino Dini, Da tutti un invito all'unione «perché - ripete il sindaco Corongiu - da soli non si va da nessuno parte»: E Scopelliti: «Basta, basta, basta con i campanili anche nella vigna». Il preside di Agraria di Sassari, Pietro Luciano, non molla la presa: «Dobbiamo creare tutte le condizioni per far tornare la gente in campagna perché il mondo sta morendo per mancanza di cibo. Fra 15 anni si lotterà per il cibo con maggiori tensioni di quanto avviene oggi per il petrolio. La Sardegna - per la qualità del suo ambiente - deve essere il laboratorio di una svolta epocale in agricoltura, la coltivazione dei campi non può essere residuale ma centrale anche nel processo di crescita economica».

A incollare la gente alle slide proiettate nell'aula del Consiglio comunale di Sant'Antioco è Piero Bartoloni, ordinario di Archeologia fenicio-punica alla facoltà di Lettere di Sassari e cittadino residente nella Laguna. Una bella lectio magistralis da SuperQuark. Parte dalla nascita dell'uva (nell'attuale Iran, tremila anni prima di Cristo). Ma - sottolinea - ci sono tracce «anche quattromila anni prima di Cristo. C'era la vite già in Mesopotamia, se ne ha traccia col dio Enki che protegge proprio il vino, era il dio della Sapienza. Lì la spremitura delle uve avveniva con riti sacrificali, in ambiente sacro». Di vino nell'antichità parlano Erodoto e Tito Livio. L'innesto era stato già descritto da Aristotele, Teofrasto e Catone. Si parla di Assurbanipal, re di Assur che nel 668 A.C. brinda con una coppa di vino con la regina Abnur». E il vino in Sardegna? Ancora Bartoloni. «Arriva dalla Palestina con i navigatori filistei del XII secolo. Se ne hanno tracce in antichi sepolcri, con vinaccioli risalenti anche a tre, quattromila anni fa ritrovati in prossimità di sepolture. Nel nuraghe di Villanovaforru si è documentata questa anzianità del vino sardo. Il commercio era fiorente già 900 anni prima di Cristo, vendevamo per tutto il Mediterraneo, eravamo campioni di export, il vino - sempre rosso - viaggiava in anfore di terracotta dai 20 ai 25 litri l'una e si conservava bene. Usavano ben armate navi da carico orientali, gli equipaggi erano misti, tandem e cooperazione fra remanti sardo-nuragici e marinai del lontano Oriente». Anche subito dopo l'ultima guerra e negli anni della prima Rinascita, il Sulcis aveva una viticoltura fiorente.

È Franco Armeni a documentare un passato prossimo molto meno residuale in produzioni di quello di oggi. La cantina sociale di Sant'Antioco, nella vendemmia del 1974, aveva trasformato uve per circa 140 mila quintali. Quella di Calasetta arrivava a 60 mila. L'enopolio privato degli Usai-Argiolas (oggi inesistente) arrivava a quota trentamila. Ancora a metà degli anni settanta nell'Isola venivano coltivati oltre mille ettari di vigneti quasi tutti su "piede franco". E oggi? Un pianto. I vigneti piangono davvero, malcurati, maltenuti, muretti cadenti e caduti, campagne piene di carcasse arrugginite e di rifiuti d'ogni genere, macerie dovunque, case di cemento ed eternit, squallore bucolico e georgico. Vengono in mente - per contrappasso - i vigneti-giardino di Mamoiada o quelli eleganti di Serdiana e Dorgali-Isalle. Se andate a Mamoiada o Dorgali vi sembra a tratti di essere in Monferrato, nel Chianti. I filari sono tirati a lenza. È bello vederli. Poiché la vigna dà da vivere è ancora tenuta con decoro.

Nell'Isola di Sant'Antioco è residuale. Abbandonata la viticoltura, snobbata l'agricoltura si cerca di correre ai ripari. Diecimila quintali di uve non valgono la candela di due cantine contrapposte, con due presidenti, due consigli d'amministrazione, due enologi e via duplicando sprechi. Decenni fa era diverso. I dati del professor Nieddu sono impietosi. «Il Sulcis rappresenta l'8,75 per cento del vigneto regionale, appena 2300 ettari e 2995 aziende per una produzione media fra i 40 e i 60 quintali ad ettaro. Vanno trovate condizioni economiche di vantaggio e far amare la terra". I due sindaci ci credono. Naturalmente non mancano gli ostacoli, non difettano le menti piccole piccole, gli interessi bottegai modesti modesti. In quest'opera di fusione può essere fondamentale l'intervento della Regione che sta favorendo gli accorpamenti, sta cercando di contrastare i forti interessi di pochi contro i fragilissimi tornaconto dei molti. Anche perché quest'Isola laguna che guarda la gemella San Pietro-Carloforte potenzialità di crescita ne ha tante. Negli ultimi anni la produzione dei vini è decisamente migliorata. Qui il turismo balneare e archeologico, l'agroindustria possono segnare la svolta. Basta uscire dal convegno e tuffarsi nelle strade della città dei punici e dei fenici. Di sera si va al tophet, unico in Sardegna, urne cinerarie con vista sul mare, monte Sirai di Carbonia.

Poi al museo con i Leoni esposti a Palazzo Grassi a Venezia. Più tardi le strade di Sant'Antioco si animano di gente e di tanti giovani. C'è il clima - insolito in Sardegna, anche nelle zone costiere - del paese sul mare. Se ne avverte la brezza. Nelle scalette di via Solferino il circolo di lettura «Il libro ritrovato» ha messo insieme almeno duecento persone che ai riflessi dei lumini di steariche ascoltano la voce di una brava lettrice, Silvia, che propone pagine da "Afa" di Giulio Angioni, edizioni Il Maestrale. Silenzio religioso, fresca aria salmastra sulcitana, stelle, il viavai di alcuni stranieri incantati da chi ama la narrativa contemporanea. Silvia legge le vicende del giornalista Josto Melis, di uomini e dei, della Sardegna di oggi e di quella dei millenni che furono. L'attrice-turista milanese di passaggio - propone le righe di «un cielo dove una luna meridiana si fa avanti, e fa finta di niente, la luna, tutta bianca, diafana, innocente».

Eccola la luna vera mentre è il turno delle poesie di Giuseppina Deidda, Fabrizia Milia, Tore Diana e Desarina De Muro. Le note della banda musicale Santa Cecilia. Marcello Cabriolu parla ancora della civiltà nuragica a Sant'Antioco. Si torna così a cinque-seimila anni fa, si vola in Mesopotamia, in Palestina, si riparla del re Assiro Assurbànipal, quello che decorò il palazzo di Ninive con celebri rilievi dell'arte che fu, quello che tagliò il nastro di una biblioteca ricca di 24 mila tavolette. Anche Sant'Antioco, con le sue catacombe e col suo tophet, è ricca di storia e monumenti, nuragici e fenici, punici e romani, arabi e aragonesi, 750 anni prima di Cristo sorse Sulky, domus de janas e chiese, le antiche carceri, il sarcofago del patrono datato 1615 o giù di lì. Qui si deve fare, a tutti i costi, il museo del bisso. È un'occasione che non può attendere ancora. Aggiungeteci una gastronomia di vera qualità. Da Achille Pinna (ristorante Moderno, ereditato dai genitori) provate le tagliatelle (fatte in casa) col tonno rosso al mirto, il budino di yogurt sardo di capra sarda, i gamberoni che profumano di mare e che non hanno visto freezer. Scoprite che questo chef gira il mondo a dar lezioni di cucina mediterranea dalla Cambogia al Regno Unito, in Arizona e in Francia.

Tre settimane fa è stato chiamato a una segretissima cena di vip a Capalbio. Achille esibisce nel suo curriculum le lezioni col maestro Kato Shozo, il corso di perfezionamento Suhoi all'Etoile di Sottomarina di Venezia, la colleganza col sulcitano Sergio Mei di Santadi, patron tra pentole in rame e alluminio del Four Season a Milano. Se poi preferite il classico e volete una cucina sarda tradizionale, di carne o di pesce, il pranzo by Achille è servito.

Aggiungeteci la risacca del mare, l'incanto di Capo Sperone, l'allegria di un bicchiere di Carignano o un Vermentino delle Terre Fenicie. Con queste referenze Sant'Antioco dovrebbe contare molto di più nell'economia turistica. È una potente calamita perché di requisiti e di risorse ne ha millanta. C'è da chiedersi se ci sono anche le competenze per questa metamorfosi. Per passare dal vino di nonno al vino che si vende nel mondo. Per mandare gambe all'aria i campanilismi. Per avere ospiti paganti otto-nove mesi all'anno. Forse, avere qualche competenza in più non guasterebbe. Il convegno sulla viticoltura è stato solo un primo passo. C'è bisogno di una Grande Marcia. Da salutare con un brindisi a base di Carignano da vitigno piede franco. Sicut erat.

La Nuova Sardegna